13 e 14 maggio 2017, Fanano (Modena)

Chi possiede un perché può resistere a qualunque come. (F. Nietzsche)

Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà. (F. Guccini)

Gli istinti (che altro non erano se non le memorie dei suoi antenati divenute abitudini) si erano di recente affievoliti e si risvegliarono come tornati alla vita. (J. London)

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Scrivo pubblicamente da anni, ormai. Ma non è mai, MAI stato così difficile.

RICERCATI si è concluso da 48 ore. Da 48 ore, sparse in giro per l’Italia, ci sono diciannove persone (più un cane) profondamente diverse da com’erano sabato mattina. Siamo andati oltre. Sì, credo di poterlo riconoscere senza troppa retorica: pur essendo la sua prima edizione – o forse proprio per questo – abbiamo vibrato di risonanze inattese, scoperchiando tombini da troppo tempo sigillati e pizzicando corde troppo a lungo rimaste silenziose.

Sembrano frasi fatte. Non lo sono. Faccio fatica a scrivere. Abbiamo immaginato, disegnato e realizzato qualcosa che sfugge a ogni precedente definizione. E allora non ce la faccio – proprio non ce la faccio – a incasellare RICERCATI in un cliché preesistente. Alla vigilia parlavamo di una cosa strana, che non è citata da nessuna parte: speleologia interiore. Credo che siamo andati proprio lì. O almeno nei paraggi…

Sarà un post breve, perché non posso essere un cronista. Non stavolta. Ma non posso nemmeno dire quello che RICERCATI è stato per me. Perché, oltre ad averlo progettato con Enrico e Michele, mi sono concesso il lusso di… scendere un po’. E da quel bosco è così uscita una persona assai diversa da quella che vi era entrata. L’obiettivo di sperimentarci in condizioni inesplorate è stato pericolosamente raggiunto. Come sempre, ogni parola è pesata. Di giorno tutto è solare, insopportabilmente scontato. Di notte, con le torce quasi sempre spente, in un bosco sconosciuto qualcosa succede. E’ inevitabile che succeda.

Sono passate 48 ore. Ancora arrivano mail, messaggi whatsapp, le prime foto su FB, una telefonata. C’è soprattutto una parola: risonanza. Non smette, Andrea! Neanche qui smette. Che si fa? La ricetta è sempre una: diamoci tempo (se c’è). Ma continua a risuonare, dentro e fuori. Ci sono quelle orme, devo seguirle? Io lascio vibrare. In fondo è bello così, è… naturale così.

Queste ed altre domande risuonano, dentro e fuori. Ci sono stati simboli, testimonianze, paure. Mitigate o esasperate da flussi energetici raramente sperimentati in precedenza.

Nel primo Way od Council la paura cresce. Non siamo abituati ad esporci con gli sconosciuti. La nostra mente non è abituata ad estendersi. Confessioni. Celebrazioni. Schegge di conflitto. Inevitabile. Terapeutico. Il cerchio si distilla in una fiammella. La rete è più fitta di prima. Dove stiamo andando?

Poi un pazzo ti spiega come forzare le sbarre delle tue prigioni di comfort. Qualche trucco. Che non basta mai, da solo. Il pazzo ti dice che c’è un filo, lassù. Sotto, nessuna rete. Cosa c’è di là, all’altro capo del filo? Cosa c’è, sull’altro grattacielo? Le domande implorano risposte rassicuranti. Che non sempre, per fortuna, arrivano. I desideri sono fuori dalle stelle che siamo abituati a invocare. La stella danzante, se c’è, va ricercata nel tuo universo più profondo. La speleologia interiore comincia precisamente qui, alla ricerca di quell’astro sepolto dagli oceani del tempo. Cosa siamo disposti a perdere? Proprio tu che leggi adesso, cosa sei dispost@ a perdere?

Si cena ai tavoli dell’impazienza. Abbiamo appena cominciato, in fondo. I tre pazzi ti fanno fare giochi scemi, per stemperare la tensione. Il monte nero incombe davanti, sopra e dentro di noi. La Luna non si vede. Si parte. Nessuno sa verso cosa o dove. Schegge di fiducia. Che, come non dirò, possono diventare dardi di fuoco. Che cosa accade nel bosco, quello fuori e quello dentro, resterà patrimonio del bosco. Si è trattato di due ore seminali: il condotto carsico e lunare verso una nuova dimensione, l’amniotica apnea di una Ricerca che razionalmente avremmo voluto evitare, ma a cui Qualcosa o Qualcuno ci ha Chiamato. Qualche parola, certo. Ma molti, provvidenziali silenzi. Rumori ovunque. Dietro. Davanti. Ai lati. Tempo e distanze si dilatano. Doniamo ad alberi magici magiche parole, testimonianze, una preghiera, una poesia. Le lasciamo là. Tanto, prima o poi, ogni cosa troverà la sua Via. Spotty è con noi. I lupi non li sentiamo. A tenerli lontani è il nostro branco.

E’ solo il sonno della precedente notte in bianco a sedare le vibrazioni.

La domenica sembra una giornata di sole. Meteorologicamente, in fondo, lo è. Ma non stiamo bene. Te lo fa confessare un altro pazzo scatenato a piede libero. Ti spiega i tre livelli del Sé. Ti seduce come un rettile. Ti coccola come uno scienziato. Ti sbrana come un lupo. Perché non te lo dice, ma quei tre “sé” – il rettile, lo scienziato e il lupo – raramente possono coesistere. Fuori dal bosco, almeno.

Poi il nuovo cerchio. Sarebbe persino facile definirlo liberatorio. Ma non ci liberiamo di niente. Assumiamo, piuttosto, un nuovo impegno, una nuova Responsabilità. Con noi stessi innanzitutto. La mente stavolta si estende. Anche senza fiammella. Perché a divamparle intorno sono nuovi incendi. Che nessuna lacrima potrà spegnere. La sacralità di questo momento è assoluta. La devozione è tagliente. Le paure e le speranze si cristallizzano nel più importante attestato della nostra vita, che ci facciamo siglare da inquietudini affini.

RICERCATI comincia adesso. Qualunque cosa sia.

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